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23/04/2010 Chopin, incantesimo dei Preludi, di Gian Paolo Minardi
CLASSICA; APPLAUSI PER ROBERTO PLANO ALLA CASA DELLA MUSICA - Fascino impalpabile di quel «rubato» gestito dall'interprete con ammirevole equilibrio
I «Preludi» di Chopin sono come la magica cartina di tornasole delle ragioni poetiche del musicista polacco, rivelatori dello sfaccettato universo attraverso cui esse si diramano segretamente: tutti i modi di Chopin vi sono rappresentati, infatti, dal notturno alla mazurca, dallo studio al pezzo di carattere oltre a più fugaci lampi che si accendono e si bruciano come folgoranti intuizioni.
Il tutto in una sequenza che, regolata all’interno da un preciso ordine tonale, a testimoniare l’infallibile matrice classicistica, diventa una sintesi mirabile di un intero percorso creativo che l’altra sera Roberto Plano ha ricomposto con intima consapevolezza, nel dominio ben evidente delle inimitabili inflessioni che contrassegnano l’unicità del discorso chopiniano; ogni Preludio è affiorato così nella luce più appropriata che il giovane interprete ha saputo ricreare attraverso un controllo del suono sempre adeguato al senso più intrinseco dell’eloquio, in quel sensibile fluttuare tra misura e libertà che racchiude il segreto della voce intima del polacco; ecco allora il fascino impalpabile di quel «rubato» nella vaghezza danzante del diciassettesimo Preludio in particolare o nell’incanto notturno del tredicesimo, con quell'eco finale che punge come nostalgica trafittura che Plano ha mostrato di saper gestire con ammirevole equilibrio.
Il programma si apriva nella prospettiva dell’ultimo Chopin, dove la scrittura si fa più enigmatica nello stesso ispessimento delle voci interne, che Plano è parso esplorare con un’osservazione sensibile, attenta a intrecciare i riverberi più trascoloranti, frenato forse in una riflessività prudente di fronte alla stupefazione di quel canto che fiorisce, fantasma madreperlaceo del belcanto così amato da Chopin, dal Notturno in fa minore o di quegli spasmi così sottilmente struggenti che si liberano dal grande respiro poematico della «PolonaiseFantaisie», del resto sostenuta, come pure il più tempestoso «Scherzo» in do diesis minore, con pieno dominio. Dopo un così intenso programma era difficile uscire dal terreno chopiniano per rispondere alle insistenze festose del pubblico, dubbio che Roberto Plano ha risolto con spirito deviando dapprima su uno Chopin rivisitato da quel mattacchione di un musicista francese, Clément Doucet, che come con Franz Liszt, Richard Wagner e altri compositori ha giocato anche con Chopin mescolandone le melodie più note in uno spregiudicato quanto divertente intreccio di ritmi ballabili, quindi con una sua trascrizione di una nota pagina chitarristica, lo studio sul tremolo di Tarrega per concludere tra gli applausi con un pure suo divertimento sulla «Marcia turca»
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